TRIESTE 1877

In un mondo civile, che riconosce i bisogni di tutti, ogni anima andrebbe trattata alla pari. Stessi diritti e stessi doveri. Stesse responsabilità nei confronti di noi stessi e del mondo circostante.

Pensiamo (e vorrei che poneste l’attenzione su questo verbo) di essere la razza al di sopra di tutto….Potremmo anche esserlo, da qualche parte nell’universo, ma fino a quando metteremo strati di separazione tra noi ed il mondo che ci circonda, qui dove ora stiamo facendo esperienza siamo solo all’inizio del cammino.

In vari ambiti stiamo vivendo gradi differenti di separazione e la cosa più divertente è che: non ce ne rendiamo conto. Creiamo fazioni, gruppi, specializzazioni etc….pensando che portare specificità (e quindi gradi di complessità elevati) sia da esseri intelligenti!

Ma, a cosa mi serve essere intelligente se poi nego alla persona che ho più vicina a me in questo momento un semplice saluto o sorriso. Se la specificità e la complessità vengono utilizzate per allontanare e creare una parvenza di elitarismo, beh forse abbiamo perso il senso del nostro camminare ed essere in questa vita.

Ho scoperto da poco che l’Aramaico era la lingua del popolo. Una lingua che aveva come obiettivo quello di creare una profonda e reale connessione con la propria Fonte, questo perché si riteneva che il popolo avesse già a disposizione tutti gli strumenti per entrare in uno stato di preghiera e di creazione costruttiva.

Ma cosa è accaduto ad un certo punto? Le lingue si sono moltiplicate…e con loro i confini ed i gradi di separazione. Abbiamo realizzato la Torre di Babele. È questa Torre si è moltiplicata attraverso la creazione di gerghi e linguaggi settoriali.

A cosa è servito tutto questo? A creare realtà che, apparentemente, ignorano e realtà che, apparentemente, manipolano.

Desideriamo continuare a creare separazione? O desideriamo riportare all’unità la qualità delle nostre esperienze?

In questo momento, e sottolineo che questa è la mia verità personale, l’unico linguaggio universale è quello dell’Amore. Un linguaggio fatto di ascolto, di accoglienza , di riconoscimento, di sguardi, di sorrisi….

In questi giorni mi ritrovo a passeggiare per le vie della città in cui ho scelto di nascere qualche decennio fa e la cosa più bella che sto sperimentando è proprio questo scambio di sguardi e di sorrisi anche tra persone che, apparentemente, non si conoscono. Una mattina, che ero in giro con mia madre ottantanovenne, uscite da un negozietto mi dice: “Ma Stefy, che cosa strana! All’interno del negozio c’era una signora che continuava a guardare nella mia direzione sorridendomi. Ma io non ricordo di lei…secondo te?”. La risposta che le ho dato è stata questa: “Hai bisogno di conoscere l’altro per regalargli un sorriso?”.…..

e pongo la stessa domanda a voi…avete bisogno di conoscere l’altro per donargli e donarvi un sorriso?…

(queste parole nascono dopo l’aver visto e letto un post su Facebook contenente l’immagine inclusa nell’articolo….ringrazio colei che lo ha postato perché mi ha dato la spinta a scrivere…GRAZIE E.U.)

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